• Dott. Daniele Basta

Ecco perché non acquisterò più prodotti animali da allevamento intensivo


Ho deciso che da questo momento in poi non acquisterò più carne o altri prodotti animali da allevamento intensivo, ma opterò unicamente per prodotti locali dove sia chiara la tracciabilità e il tipo di allevamento.


Vi spiego il motivo della mia decisione...


Oggi siamo immersi nella pandemia da COVID-19 causata dalla diffusione del virus SARS-CoV-2 , ma le malattie infettive sono in netta crescita da diversi anni ad un ritmo senza precedenti. Centinaia di patogeni, sia batterici che virali, sono emersi o riemersi nel corso degli ultimi decenni e quello che mangiamo è alla base della maggior parte delle malattie zoonotiche, ovvero le infezioni caratterizzate dal salto di specie animale-uomo, proprio come l’infezione da Coronavirus alla quale stiamo assistendo.


In un nuovo report delle Nazioni Unite sono state evidenziate le tendenze nel mondo a rischio di nuove malattie zoonotiche, tra cui la richiesta e il consumo crescente di proteine animali, la diffusione crescente di allevamenti intensivi, lo sfruttamento e l'abuso di animali e i cambiamenti climatici.


Già nel 2004 un altro report firmato OMS e FAO evidenziava al primo posto della lista tra le potenziali cause scatenanti una pandemia zoonotica la “crescente richiesta di proteine animali”. Si tratta di più di 15 anni fa e già si parlava di rischio di malattie zoonotiche a causa del sempre maggiore consumo di carne nel mondo.


Tra i potenziali virus pandemici “inesplosi” in circolazione ci sono ad esempio l’H5N1 e l’H7N9, caratterizzati da un’elevata contagiosità uomo-uomo e la cui infezione è associata ad un elevato tasso di mortalità. Entrambi questi virus sono stati diffusi a causa dell’industrializzazione e degli allevamenti intensivi di polli.

Una pandemia veicolata da questi virus, proprio per l’alto tasso di contagiosità e con una mortalità molto simile a quella del virus Ebola, potrebbe rivelarsi devastante per l’umanità, sarebbe di gran lunga più grave rispetto a quella da Sars-Cov-2 che stiamo vivendo in questo periodo.


Si tratta di virus nati da allevamenti intensivi di polli, diffusi nel mondo purtroppo a causa della crescente richiesta. In questi allevamenti, grandi come campi da calcio, migliaia di animali sono sottoposti a poca esposizione solare, poco spazio per muoversi, mancanza di aria fresca, tanto stress che ne altera la corretta funzionalità immunitaria, un ambiente perfetto per l’evoluzione di ceppi virali all’interno di questi organismi. A peggiorare le cose, gli animali negli allevamenti intensivi sono sottoposti a selezioni genetiche specifiche associate a determinate caratteristiche riguardo alle richieste del mercato, come un petto di pollo più grande, per cui risultano tutti organismi molto simili, che il virus infetta molto facilmente e ne quali si replica senza molti problemi. I mercati internazionali e gli spostamenti facilitano, inoltre, la diffusione di questi animali da allevamenti ad allevamenti ampliando la risonanza del problema.


Gli allevamenti intensivi rappresentano una sorta di industria perfetta per creare i virus patogeni più pericolosi.

Un processo di “deindustrializzazione” di questi allevamenti non potrebbe altro che apportare benefici riducendo di conseguenza il rischio di sviluppo di virus pandemici. Passare ad allevamenti al pascolo, dove gli animali hanno maggiore spazio, più luce, meno stressati e meno predisposizione a malattie infettive. Anche a loro il famoso “distanziamento sociale” non farebbe male, ma è totalmente il contrario di quello che avviene negli allevamenti intensivi.


Come già tanti anni fa veniva riportato su un lavoro della FAO un incremento della domanda di prodotti a base di pollame e l’intensificazione di allevamenti industriali sono fattori alla base di nuove pandemie da influenza aviaria.




Alla luce di tutto ciò è necessario un cambiamento da parte dell’uomo, a partire dalla riduzione del consumo di carne a finire alla deindustrializzazione degli allevamenti intensivi. Tutto questo potrebbe non solo avere risvolti positivi sulla salute individuale delle persone, ma potrebbe rivelarsi vitale nel ridurre il rischio di nuove pandemie influenzali in futuro.


Nello stesso tempo è curioso notare come stia aumentando l’interesse generale dei consumatori verso fonti proteiche vegetali alternative a quelle animali e come molto lentamente il mercato si stia adattando. Quello che mangiamo ogni giorno ha un impatto non solo sulla nostra salute, ma anche sull'ambiente e sulla salute del mondo intero, non solo in termini di cambiamenti climatici, ma soprattutto in ottica di rischio pandemico. Compiere scelte alimentari più sane è importante nel ridurre i rischi di pandemie future, contrastando il crescente aumento di condizioni croniche moderne, come diabete di tipo 2, cardiopatie, tumori, alla base di complicazioni in presenza di infezioni da Coronavirus mortali proprio come COVID-19, SARS e MERS.


Sulla base di tali evidenze ho deciso di non acquistare più nessun tipo di carne o di prodotto animale proveniente da allevamento intensivo, ma opterò unicamente per prodotti locali dove sia esposta una chiara tracciabilità.

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Fonti:

https://www.nature.com/articles/s41893-019-0293-3

https://apps.who.int/iris/handle/10665/68899

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5702979/

https://www.researchgate.net/publication/315492340_The_ecology_of_Highly_Pathogenic_Avian_Influenza_in_East_and_Southeast_Asia_outbreaks_distribution_risk_factors_and_policy_implications_Consultancy_Report_prepared_for_the_Animal_Health_Service_of_the

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